Design Thinking: non solo progettazione

30 Mag 2018 - Nessun commento - by Lucia Cosma

Design Thinking: non solo progettazione

30 Mag 2018 - Nessun commento - by Lucia Cosma

Design Thinking, MIUR e Accademia della Crusca: cosa possono avere in comune?
All’apparenza nulla, ma è proprio da un comunicato del MIUR – uscito qualche settimana fa – che nasce questa mia digressione.

Come si può leggere dallo stralcio riportato di seguito, la preoccupazione dell’Accademia è il sempre più massivo utilizzo di termini inglesi all’interno di un documento programmatico redatto dal Ministero dell’Istruzione.

“Concretamente, questo pare il messaggio del Sillabo: per imparare a essere imprenditori non occorre saper lavorare in gruppo, bensì conoscere le leggi del team building, non serve progettare, ma occorre conoscere il design thinking, […] Più che un’educazione all’imprenditorialità, questo documento sembra promuovere un abbandono sistematico della lingua italiana […]”.

Essendo designer, tra gli altri termini, mi è balzato all’occhio il riferimento al Design Thinking. Ammetto che l’abuso di termini inglesi sia evidente e spesso immotivato, ciò non toglie che tradurre Design Thinking con un generico “progettare” sia preoccupante e scorretto.

Non è tanto la traduzione errata, bensì la posizione dell’Accademia che mi ha lasciato perplessa: pur di salvaguardare l’integrità della lingua italiana, l’Istituto ha utilizzato un rassicurante e conosciuto termine italiano, smantellandone il reale significato.
Il risultato? Impoverire il contenuto originale del suo vero valore a discapito sia della comprensione del lettore sia della lingua stessa, conferendo forza e legittimità all’utilizzo dell’anglicismo Design Thinking.

Cos’è il Design Thinking?

Per spiegarlo mi avvalgo della descrizione di Tim Brown, CEO di IDEO, il quale definisce il Design Thinking come:

“A human-centered approach to innovation that draws from the designer’s toolkit to integrate the needs of people, the possibilities of technology, and the requirements for business success”.
(Tim Brown, “How we work” IDEO)

Questo approccio combina insieme:

  • quanto è desiderabile dal punto di vista umano
  • quanto è fattibile dal punto di vista tecnologico
  • quanto è sostenibile dal punto di vista economico

Il metodo prevede una progettazione suddivisa in tre fasi consequenziali e iterative: ricerca, sintesi e prototipazione.

    1. La fase di ricerca serve a conoscere ed empatizzare con l’utente e permette di comprenderne le richieste e, al contempo, scoprire le opportunità di progetto.
    2. La fase di sintesi consente di riformulare la domanda iniziale e ripartire da essa per ideare potenziali soluzioni.
    3. La fase di prototipazione mette in discussione l’effettiva validità delle idee migliori, utilizzando dei prototipi abbozzati per testarne con gli utenti l’efficacia. Questo consente di identificare rapidamente quali sono le soluzioni che effettivamente rispondono alle esigenze degli utenti e di perfezionarle, fino a poter consegnare il prodotto funzionante.

Scopri come applicare il Design Thinking in 5 casi pratici

I benefici del Design Thinking

Risponde alle reali esigenze della persona

Parlare direttamente con le persone per le quali si sta progettando, e osservarle in azione nel loro contesto, permette di spostare l’attenzione da ciò che è fattibile dal punto di vista tecnico a ciò che è utile dal punto di vista umano. Si possono così progettare esperienze il cui valore aggiunto è la pertinenza delle funzioni scelte, in relazione ai bisogni reali dei propri clienti.

Sfrutta il sapere collettivo

Uno dei punti di forza di questo metodo è il coinvolgimento di persone con competenze diverse, creare dei gruppi di lavoro interdisciplinari per facilitare una collaborazione che rompe i rispettivi campi di competenza e si apre alle contaminazioni.
Questo facilita l’individuazione di nuove opportunità, facendo leva sulla conoscenza collettiva, e in fase di prototipazione consente di confermare o smentire velocemente la fattibilità di un’idea.

Affronta il problema alla radice

Spesso il punto di partenza dell’analisi di un problema non è esattamente il cuore della questione, ma solo il sintomo di una problematica più grande.
Il Design Thinking dedica larga parte del processo a comprendere a fondo il contesto per identificare il reale problema e riformulare la domanda di partenza, per poi lavorare a soluzioni che rispondano alle esigenze reali identificate.

Dà spazio all’immaginazione

Il Design Thinking incoraggia l’innovazione, spinge a esplorare un tema da punti di vista differenti e a risolvere il problema ogni volta in maniera diversa.
In fase ideativa infatti, tutto è consentito. Lo spazio collaborativo che si riesce a creare, consente di mettere sul tavolo qualsiasi idea. Questa è la caratteristica chiave del metodo poiché incoraggia la partecipazione e massimizza la generazione di idee.
Sarà poi la fase di prototipazione a garantirne la razionalizzazione.

Non perde tempo in soluzioni inutili

La fase di prototipazione e test è centrale al processo.
Consente di confermare la validità di un’idea o dare una svolta drastica al progetto, creando dei prototipi rapidi e incoraggiando dei riscontri veloci da parte dell’utente.
Questa dinamica è fondamentale in quanto impedisce che vengano spesi tempo, lavoro e fondi su un’idea che non risponde efficacemente alle necessità reali.

Arrivati a questo punto dovreste aver chiaro che Design Thinking non è assolutamente traducibile con la mera progettazione: è un approccio che, tramite una serie di regole, strumenti e competenze aiuta ad affrontare creativamente problemi complessi e ideare nuove soluzioni a partire dalle esigenze delle persone per cui si progetta.
Esso abbraccia quindi tanti aspetti e tante sfaccettature e tradurlo con un’unica parola ne sminuisce il potenziale.

Se vi state chiedendo se il Design Thinking può essere utile per la vostra azienda non siate come l’Accademia: provate per credere!

 

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Lucia Cosma

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